The Sicilian Woman – Versione Italiana – Parte 6 – Conclusione

Parte 6

Po

Il mattino trascorse velocemente ed ora Marietta guardava di sott’occhi la giovane Angelina. Tra sé e sé si chiedeva, “È mai possibile che lei sia un’Accona? Ha detto che è venuta dall’Amarica in cerca delle sue origini, quindi e venuta per noi. Che cara ragazza. Oggi, per me e il vecchio Antonio, è giorno di festa, ancor meglio che se fosse il giorno di Pasqua. Mi sento fiduciosa e sento che la nostra vita, con Angelina vicino, sarà migliore. Lei può essere la figlia che ho sempre sognato e mai avuto. Pregherò il rosario e chiederò al buon Dio che ciò si avveri.”   

Poi Marietta, con un sorrisetto sulle labbra, e felice nel suo intimo, pensò:

“Spero staranno con noi tutto il giorno. Da lunghi anni nessuno è venuto a trovarci. Con loro vicino, ho quanto più io possa desiderare dalla vita, e sarò in pace nei miei ultimi giorni di vita.”

Si rese conto che era ora di pranzo, e fu indaffarata a preparare un pranzo veloce, dopo aver ripulito il tavolo e gli sgabelli rustici.

Dispose sul tavolo un largo piatto con sopra una fresca e fragrante ricotta fatta nel mattino, prese un salame dalla dispensa, confezionato nel tipico stile Siciliano, con molto aglio, pepe, e arricchito con peperoncini piccanti, non scordò le melanzane e preparò pure una bella insalata di pomodori che crescevano abbondanti nell’orto che si trovava nel retro del mulino. Pensò cos’altro potesse offrire, poi le sfuggì un’esclamazione e corse su uno scaffale ritornando soddisfatta con un vaso di carciofini sott’olio che mise assieme agli altri cibi.

Come ultima cosa riempì una caraffa del loro vino, nero e forte come era il luogo in cui le uve crescevano.

Poi chiamò i giovani che curiosavano all’intorno, “Venite ragazzi. Sarete affamati, non vi offro molto ma tutto è genuino e fatto nel vecchio stile Siciliano. Vi piacerà.”  

Durante il pranzo Marietta studiò attentamente i giovani e disse a Franco,

“Ditemi Vossignoria, perché non te la sposi questa giovane Sicilianuzza?” e con un sorrisetto malizioso si ritirò a sbrigare le sue faccende.

~*~

“Ritorneremo a Palermo all’imbrunire” Franco disse, “Sicché abbiamo modo di visitare per bene questo luogo per poterlo ricordare in futuro. Spero Angelina, che la nostra missione di incontrare gli Accana si sia, nel bene o nel male conclusa oggi. Ma dimmi ti senti ancora disillusa di loro?”

“Forse non era completamente quanto mi aspettavo. Quando arrivai ero pensierosa su quanto questo luogo desolante e in rovine mi avrebbe rivelato. Ma loro… Beh, alla fine mi ricredo. Saranno poveri, ma so che sono onesti e penso che Marietta… Mi ha guardato per lungo tempo, capivo che volesse dirmi qualche cosa… penso che forse mi vuole un po’ di bene… È un vero peccato che in tre giorni ritornerò a Miami. Ma sono sicura che non li dimenticherò facilmente… Dopo tutto fanno parte della famiglia, e sì, grazie a te ho trovato quanto più desideravo.”

“Vieni Angelina, facciamoci una camminata e visitiamo quei ruderi antichi, il mulino mi incuriosisce. Penso sia un monumento con molto valore storico. Forse quell’opera millenaria fu ideata e eretta da uno degli Accana perché appare che questo luogo sia appartenuto a loro da sempre. Lasciami prendere la camera fotografica, con alcune foto avremo in futuro un ricordo perenne di questo giorno. Pensa come oggigiorno siano ben poche le cose che abbiano avuto una vita così lunga, e ancora pensa a cosa mai quei muri potrebbero narrarci se solo avessero voci.”

Il mulino era in parte diroccato ma solo parzialmente distrutto. Franco pensò che se quella proprietà appartenesse a lui, un giorno sarebbe tentato a ristorare il luogo, ma purtroppo il mulino si trovava in un luogo quasi inaccessibile per essere valorizzato come un richiamo turistico.

“Guarda Angelina, esiste ancora la ruota che macinava il grano, si, quella grande pieta rotonda e ben levigata. Chissà mai quanto grano e passato sotto quella e quante bocche avrà sfamato con la sua farina durante i lunghi secoli di vita.”

Nel retro del mulino trovarono altre sorprese. Correva lungo tutto il muro periferico una vecchia pergola, ora ripiena di grappoli d’uva si stavano formando al calore del sole primaverile.

Al disotto della pergola, esisteva ben curato un orto rigoglioso, con un rigolo d’acqua che vi scorreva a lato, necessario durante la stagione secca. Quanto cresceva in quel campicello era sufficiente a sostenere la coppia anziana e pure capace di sfamare la mezza dozzina di maiali che si sollazzavano pigramente nell’acquitrino da loro stessi creato.

“Che te ne pare, Angelina?”          

“Mi sto ricredendo. Il tutto appare migliore di quanto avevo intravvisto al nostro arrivo. E poi quei maiali? Non ho mai visto una scrofa così grande e grossa. Quando partorirà, si vedrà in giro un piccolo reggimento di maialini rincorrersi nell’acqua.”

Da lì decisero di risalire verso il bivio stradale e raggiungendolo notarono che il luogo era sparso da ruderi.

“Sembra che qui nel passato si ergesse una larga costruzione e che poi dopo, qualcuno deliberatamente l’abbia distrutta, prima dandola alle fiamme e i resti demoliti con un grosso Caterpillar che distrusse quanto ancora rimaneva in piedi. Sono curioso di sapere cosa successe in questo luogo che appare relativamente calmo e non si vede anima viva. Chiederò ad Antonio al nostro ritorno.” Fu il monologo di Franco, espresso ad alta voce, poiché voleva che Angelina condividesse il suo pensiero.

~*~      

Antonio non fu sorpreso dalle domande di Franco e gli rispose:

“Lei deve sapere, Don Franco che questa è una storia vecchia ma se è di suo interesse sono pronto a raccontarla. Prendiamo prima un bicchiere di vino e ci sediamo, poiché il racconto sarà un po’ lungo.”

“E sì, Il mio Antonio la sa` lunga e sa` come raccontare le storie del passato.” Sussurrò Marietta.

Così ebbe inizio il nuovo racconto di Antonio:

“Due anni dopo che la guerra finì, qui in Montelepre, un giovane uomo uccise un Carabiniere. Quello fu un grosso errore da parte sua. Qualora un poliziotto viene ucciso, immediatamente dopo incominciano i guai per chi vive sul luogo dell’uccisione, non importa dove questo sia. I poliziotti hanno una memoria lunga e tenace e mai dimenticano di vendicare i loro caduti.

“In quei giorni che avvenne il fatto quel giovane uomo non era ancora ventenne e il suo nome era Salvatore Giuliano che nel giro di un paio d’anni divenne popolare nella zona.

“Assieme ad un paio di picciotti effettuava ruberie sulle strade nelle vicinanze di Montelepre e il denaro ricavato lo distribuiva ai poveri che vivevano di stenti in quell’area.

“Quelli che conoscevano bene il giovane brigante sparsero la voce che Giuliano voleva emulare le gesta di Robin Hood, un formidabile arciere, che assieme ad altri briganti suoi amici, rapinavano i tiranni che transitavano nelle foreste di Sherwood con il ricavato di esorbitanti tasse ed il denaro recuperato lo ritornavano a coloro che avevano pagato ingiustamente quel libello.

Sembra che la storia che Salvatore aveva letto in gioventù, riguardo quell’epico eroe del XIV secolo avesse influenzato il carattere di Giuliano che volle seguire l’esempio di Robin Hood e aiutare i poveri siciliani che vivevano di stenti nella regione di Montelepre.

“La notizia della generosità di Giuliano venne divulgata rapidamente prima nella provincia palermitana e poi rimbalzò da un capo all’altro del territorio Italiano. Attraverso i giornali il suo nome fece il giro del mondo, e il nostro eroe venne conosciuto da tutti come “Il re di Montelepre.”

“Con la sua crescente popolarità arrivarono in Montelepre giornalisti e fotografi di giornali di fama internazionale per intervistarlo e pubblicare quelle incredibili cronache raccolte durante le interviste con il bandito, sui giornali d’Europa e d’America, facendo sì che divenne il più acclamato e popolare mafioso che mai fosse esistito nel mondo. Ma di una cosa sono ben certo, e posso dirvi che tutte le chiacchere fatte sui giornali di quei giorni, immortalandolo come il ben noto mafioso Salvatore, erano false perché il giovane bandito mai aveva appartenuto alla Mafia.

“Quella gratificante pubblicità di Salvatore venne usata vantaggiosamente dalla Mafia locale, che pure ne ingigantì le voci, sapendo bene che le Forze di Polizia e i Carabinieri, avrebbero cacciato con maggior accanimento le bande di Giuliano tralasciando temporaneamente di molestare le cosche mafiose locali le quali in quel modo avrebbero condotto indisturbati i loro loschi affari.

“Gli anni immediati alla fine della guerra furono anni duri e di miseria per noi quassù e fu accresciuta dalla disoccupazione che era senza pari. Quello fu il motivo per cui, in quei giorni di stenti, molti scugnizzi locali si arruolarono in gran numero nella Banda Giuliano, e tutto avvenne con la placida approvazione e benedizione della Mafia. Più la banda di disperati si ingrandiva e maggiormente i Carabinieri e la Polizia erano costretti a dar loro la caccia per contenere il problema nei limiti del possibile. Purtroppo questo è sempre stato un luogo inospitale e insicuro e quando i militi giungevano al bivio della strada maestra trovavano un terreno malsicuro e prono a imboscate, che li obbligava a desistere di inoltrarsi oltre nella terra dei malviventi che si sentivano sicuri nel caposaldo creato quassù dalla banda Giuliano.                 

“E questa è una delle mie risposte alle vostre domande precedenti, Don Franco. Giuliano e la sua banda si erano impossessati di un largo capannone che si trovava alla congiuntura stradale che si trova al di sopra di noi e avevano creato il loro caposaldo che dominava sopra la valle che conduce a Montelepre. Si quello è lo stesso luogo dove lei ha visto oggi tutti quei ruderi abbandonati. Allora sul luogo esisteva un largo e capace capannone capace di ospitare tutta la banda. Era un luogo strategico che dominava per chilometri le strade in arrivo, da entrambe le direzioni, ed era facile a riconoscere i gruppi di carabinieri che si arrancavano in salita per venire in cerca di loro, dando ai banditi tutto il tempo necessario di dileguarsi verso i monti in cerca di un rifugio sicuro nella moltitudine di caverne che loro ben conoscevano.   

“In quei giorni pure i nostri tre figli si arruolarono nella banda Giuliano, ingrossando l’ormai largo gruppo di capaci giovani locali. I due più anziani dei nostri figli, Turiddu e Beppinu, in breve divennero le guardie fidate del capo, Salvatore e lo proteggevano in qualsiasi luogo egli si recasse.

 La banda si sentiva sicura nel luogo da loro scelto e la loro vita procedette in un modo normale sino a che Giuliano commise un errore imperdonabile che alla fine gli costò la vita e mise in periglio la vita di molti altri appartenenti alla banda di fuorilegge.

“Giuliano si era innamorato di un’avvenente ragazza che viveva a Palermo, e la sua infatuazione per la giovane donna gli fece commettere gravi rischi. La visitava nottetempo, e per non destare sospetti si recava in città senza alcun accompagnatore, e rimaneva assieme a lei sino allo spuntar dell’alba. Giuliano pensava che le sue visite notturne passassero inosservate alla gente del luogo, ma ugualmente venne notato da un mattiniero che si insospettì del susseguirsi di quelle illecite visite e passò l’informazione ai carabinieri, che senza indugio appostarono un osservatorio sul luogo. Quando furono sicuri del fatto loro un mattino allestirono un’imboscata e all’uscita di Giuliano dalla casa della sua bella, i carabinieri armati con una dozzina di armi automatiche iniziarono un fuoco infernale, lasciando il corpo del bandito, crivellato dai proiettili, cadere a terra inanimo ricoperto dal proprio sangue.

“Dopo la morte di Giuliano la banda venne dispersa rapidamente, mentre la Forza dell’Ordine arrivò sul luogo in gran numero e iniziò una guerriglia che durò alcuni giorni contro i picciotti di Giuliano.

Molti di quei giovani fuorilegge, senza alcuno che li comandasse, furono facile preda e seguirono molti arresti e diverse uccisioni. Fu durante quella battaglia che Felice, il nostro figlio più giovane perse la vita.

Fu allora che i carabinieri presero la decisione di distruggere il rifugio usato dai banditi, e come bene vossignoria, Don Franco oggi avete notato, i resti di quella costruzione furono lasciati sul luogo ben in vista come ammonimento nel futuro a ipotetici banditi e far sapere che la Forza mai scorda i propri morti e conosce il modo di vendicare i propri caduti contro chi uccide uno di loro.

“I nostri Turiddu e Beppinu scapparono e trovarono rifugio in alcune cave sulle montagne. Alcuni mesi più tardi la Mafia li aiutò a imbarcarsi come clandestini su una nave mercantile che faceva scalo a New York. Da quel giorno mai si ebbe modo di parlar con loro. Ricevemmo una confidenziale informazione che vivevano in New York e che facevano parte della famiglia Gambino, celebri mafiosi del luogo.

Negli anni successivi, attraverso un corriere, regolarmente ricevemmo del denaro che proveniva dall’America, ma mai fu accompagnata da una nota scritta da parte dei nostri figli, sicché mai abbiamo saputo sicuramente quale fu la loro sorte. Poi un giorno non ricevemmo più nulla, e noi da allora non abbiamo alcuna persona a cui possiamo chiedere della loro sorte. Unicamente preghiamo che le loro anime riposino in pace.”

~*~

Quella fu la straordinaria narrazione del vecchio Antonio. Nell’ultima parte del racconto, parlando dei propri figli, si notava la sua emozione e il dolore per la perdita, ma nonostante questo, il suo sguardo rimase fiero e duro. Era la naturale conseguenza di un popolo che attraverso i secoli era stato temperato dalla dura vita nel vivere in un luogo selvaggio che ha nulla di donare.

Marietta, dal canto suo, rimase seduta in un angolo, isolata dagli altri e fu incapace a contenere le lacrime che silenziosamente le scorrevano lungo le guance, amareggiata al ricordo della perdita dei figli. Ugualmente, nonostante il suo pianto, la sua forza interiore era granitica come il luogo in cui viveva da sempre.

Alla fine del racconto Angelina si sentì turbata e emozionata, con molta compassione per la povera donna. Le andò vicino e mentre l’abbracciava le sussurrò, “Capisco le tue pene e sappi che trovi in me una figlia comprensiva. Non disperarti zia, sappi che il nome degli Accana non avrà fine e che vivrà con me per molte generazioni a venire. Udrai di loro e ti rallegrerai nei giorni della vecchiaia.”

Poi Angelina, riverentemente andò dallo zio e senza pronunciare una parola, prese la sua mano e nel modo atavico la baciò. Era il riconoscimento del suo rispetto verso colui che era a capo della famiglia degli Accana.

~*~

Al loro prossimo incontro settimanale Angelina informò Franco:

“Ho incominciato a preparare le mie valigie per il mio ritorno a

Miami la prossima settimana. Tutti i doveri che mi ero imposta con la mia venuta a Palermo sono esauriti, e qui non sono rimasti altri affari per me.”

“Bene, tutto dipende da te.” Franco rispose, “Prima di tutto lasciami spiegare un paio di cose, ed il motivo che sono venuto stasera, il quale è di grande importanza… Ti prego Angelina, non chiedermi perché non l’ho fatto prima.”

“Beh non ho dimenticato che non ho ancora pagato la tua parcella per il lavoro che hai fatto per me, ma sappi che non ho mai ricevuta da te…”

Franco la interruppe, “No, il motivo non è quello, è qualcosa molto più importante per me… voglio dire per noi, per il nostro futuro… per la nostra vita che voglio trascorrere assieme a te… meglio voglio dire… Angelina vuoi divenire mia moglie? SI… Angelina non scherzo, ti amo veramente e da lungo tempo. Desidero che tu diventi mia moglie. Rispondimi, e sappi che accetto un’unica risposta da parte tua… Semplicemente dimmi un unico SI?”

Angelina arrossì per la gioia e s’alzò dalla poltrona e gettando le sue braccia attorno a Franco, lo baciò, mentre per la felicità le lacrime le scorrevano sulle guance.

“YES, my dear Franco. Ho sempre desiderato di essere tua moglie, e sappi che mai ti pentirai di avermi chiesto in sposa. Ti prometto che avrai la miglior moglie che uomo possa desiderare e per sempre.”

~*~

In quella speciale occasione la Cappella dove venne celebrato il matrimonio, era adorno con fiori d’arancio, mentre le campane echeggiavano nell’aria con suoni argentei che discendevano verso la valle. Era una funzione privata e semplice nella quale solamente amici intimi furono invitati al matrimonio di Angelina e Franco.

Il ricevimento nunziale venne preparato sotto la pergola della loro villa che sovrasta la Conca d’Oro e tutto era perfetto.

Così pure si avverrò  la profezia della zingara, fatta ad Angelina nel passato, di formare la sua famiglia nella terra degli avi.

Il mattino susseguente al loro matrimonio, le lenzuola del letto matrimoniale  

vennero appese al di fuori della stanza nunziale, per soddisfare la tradizione Siciliana del passato, che pretende la visuale evidenza delle macchie di sangue, come prova della verginità della sposa. In questo caso, una volta ancora, la vecchia tradizione era stata rispettata.

La tradizione dice pure che se la sposa onora la sua nuova famiglia con la propria virginità il matrimonio sarà felice per tutta la vita a venire.

F I N E           

N.B. Versione Italiana scritta in Brisbane, Australia Nov. 2020

         Versione Inglese ideata e scritta in Brisbane nell’anno 2002    

Published by carlogabbiwriter

Italian born, and living in Australia. I'm writing for the past 15 years in both Italian and English language. I pubblished my first book in USA and it's available with Amazon. I also wrote several long stories which are grouped under the name "A song of Love" and several other works available in my blog in Rosso Venexiano.

2 thoughts on “The Sicilian Woman – Versione Italiana – Parte 6 – Conclusione

  1. Si conclude con un matrimonio nella terra degli avi, la storia di Angelina, come predetto, tempo prima da una zingara…
    Sempre bello leggerti, Carlo, buon inizio di settimana, e un caro saluto,silvia

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