The Sicilian Woman – Italian Version – Part 5

The Sicilian Woman

Parte 5    

 In non meno di venti minuti l’Alfa si inerpicò velocemente sopra la città di Palermo, zizzagando poi sopra un terreno selvaggio, schivando acuminati blocchi di pietra trovati lungo la via, che sporgevano sopra l’immenso caos, sul quale s’innalzavano le poche erbe rinsecchite dall’arsura.

“È questo mai possibile?” Angelina esclamò con sorpresa, “Come può esistere un luogo talmente selvaggio? Questa desolazione mi lascia costernata è come vivere in un mondo diverso al di fuori del creato.”

L’aria a quell’altezza era gelida e stagnante e brividi scorrevano lungo il corpo di Angelina, che era pure sconvolta dalla desolante visione dell’entroterra. Inaspettatamente spuntarono davanti a loro dei miseri ruderi che apparivano abbandonanti in tempi lontani, rendendo il luogo ancor più sinistro. Continuarono su quella pista per altri dieci chilometri d’intera desolazione sino a raggiungere un’altura dalla quale si intravvedeva l’altopiano di Montelepre, che Franco ben conosceva era la sede dei mafiosi locali.

Giunsero ad un bivio, dove al di sotto videro un vecchio mulino, un rudere millenario che attirava l’attenzione del passante, lasciandolo incredulo che potessero esistere in quel squallore alcune vestigie millenarie. Senz’altro il mulino aveva operato per lunghi secoli, capace di macinare la farina necessaria agli abitanti locali. Ora era evidente di essere fuori uso, poiché il rivolo d’acqua che faceva ruotare le pale del mulino, era stata dirottata ed ora scorreva libera di incanalature verso un lontano dirupo.

Quel monumento di antichità che si manteneva stancamente eretto era desolante, e spuntavano all’intorno di esso grossi e appuntiti macigni che lo rendevano ancor più inospitale. Nonostante tutto appariva ancora solido ed era capace di dare un rifugio notturno alla mandria di pecore, che durante il giorno era libera di pascolare lungo gli scozzesi pendii della valle. Questa era la località ricercata da Franco. Questa era stata da sempre nel passato, sino al limite di ogni memoria umana, la proprietà degli Accana.

~*~

La vista di tutta quella desolazione era tutt’altro che incoraggiante, e tolse ad Angelina ogni buona speranza di come sarebbero veramente gli Accana.

“È mai possibile che la mia famiglia sia così derelitta?” La giovane donna si chiese.

 Franco lesse il suo pensiero e sottovoce le sussurrò, “Molto probabilmente i membri della tua famiglia vivono in una località nelle vicinanze di Palermo. Ma coloro che vivono in questo luogo ci saranno utili dandoci le giuste indicazioni per rintracciarli.”

“Spero quanto dici sia vero. Non potrei mai vivere in questo squallore.” Angelina rispose con sollievo.

Raggiunsero l’abitazione che si trovava nella vicinanza dai ruderi del mulino, e che alla vista appariva altrettanto vecchia e decrepita. I muri erano formati da massicce pietre, poste una sopra l’altra senza l’uso di malta a cementare solidamente le pietre usate nella costruzione. Nonostante questo, i muri eretti molti secoli prima, apparivano ugualmente solidi, esattamente come lo erano le scozzese scarpate rocciose nella vicina piana, che sprofondavano entro la valle sottostante, e capaci a resistere al clima più inclemente in secoli a venire.

Trovarono il portone dell’abitazione socchiusa. Era massiccio costruito con pesanti tavoloni di quercia grezza, segati a mano dagli antichi artigiani, e le due ante erano sospese con cerniere di ferro battuto, ora ricoperte da una pesante patina di ruggine che ugualmente era incapace a nascondere il capolavoro artigianale di fabbri antichi.

L’interno era formato da un unico stanzone scuro per la mancanza di aperture, e nel centro di questo si notava un focolare acceso. Sopra di esso vi era una pesante catena di ferro che discendeva dall’alto soffitto, e appesa a questa vi era un immenso calderone di ghisa che emanava acridi odori di latte pecorino. Nella penombra si muoveva una coppia anziana intenta a mescolare i latticini necessari a preparare nuovi formaggi conglomerando i grumi di latticini che galleggiavano nell’immenso pentolone. Alla fine i nuovi formaggi venivano messi sopra una scansia vicina, e lasciati lì a maturare e affumicare per alcuni mesi dall’acre fumo.

La coppia anziana al vedere quegli strani visitatori non apparve sorpresa e risposero alle domande di Franco in uno stretto vernacolo siciliano, l’unica lingua a loro conoscenza.

Alle domande di Franco l’uomo rispose: “Si, noi siamo gli ultimi degli Accana che ancora vivono nell’isola. La più giovane generazione, i nostri due figli, emigrarono negli Stati Uniti oltre quarant’anni fa.”

Alle ulteriori domande da parte di Franco il vecchio Accana, come prima cosa invitò i giovani ad accomodarsi e poi, dopo essersi ripulito per bene le mani sul retro dei suoi rozzi pantaloni di fustagno, ed aver acceso la propria pipa maleodorante, incominciò una lunga narrazione con una monotona cantilena, mentre Marietta, sua moglie, dal canto suo approvava quanto il marito stava raccontando.

“Si, ricordo bene mio padre che nei miei anni giovanili ci parlava spesso del suo giovane fratello. Diceva che erano cresciuti assieme, e sempre avevano condiviso la magra vita offerta loro in quel misero luogo, e sin da ragazzi avevano imparato a aiutarsi a vicenda per poter sopravvivere.

“In quei tempi passati, ricordo bene come il vivere fosse ancora più difficile che lo sia oggi. Quello fu il motivo che un giorno il fratello giovane di mio padre decise di vendere tutte le sue possessioni per racimolare abbastanza denari e poter emigrare con tutta la sua famiglia in America.”

“Yes that’s him” Esclamò Angelina “Sì, nella descrizione posso riconoscere mio bisnonno in quella persona. Una delle sue figlie era mia nonna.”  

Poi il vecchio Accana continuò la narrazione:

“Dal giorno della partenza di mio zio passarono ben due guerre. In quei tempi lontani occorrevano mesi prima che una lettera arrivasse all’altro lato del mondo, ma ugualmente i fratelli si scrivevano regolarmente, sino a che, alcuni anni più tardi, le lettere dall’America finirono improvvisamente di giungere e così pure cessarono di arrivare quei pochi dollari, così importanti a noi per vivere.

“Una notte mio padre sognò il fratello, e al mattino si alzò visibilmente sconvolto dicendo che quella era una premonizione e che non aveva dubbi sulla misera sorte accaduta al fratello. Da quel giorno cessarono tutte le notizie provenienti dall’America e fu da allora che mio padre, dopo cena ci faceva pregare il rosario in memoria del fratello scomparso, e alla fine delle preghiere chiedeva al buon Dio di essere clemente verso la sua anima.

“Da allora passò un lungo tempo finché fummo afflitti dalla Seconda Guerra Mondiale, e l’approdo in Sicilia delle truppe Americane portò a noi poveracci un altro periodo di dolori e difficoltà. Quando le Forze Alleate sbarcarono sulle spiagge siciliane, l’Esercito Italiano a mala pena sparò alcune cartucce verso l’invasore. Tutto quello era stato ben coordinato in precedenza. Sicché la nostra isola divenne una facile preda per gli Americani non perché le loro truppe fossero migliori, ma unicamente per un ingegnoso accordo che il Comando Americano firmò con la Mafia di quel tempo in America.

“Successivamente allo sbarco delle truppe Americane, per alcuni, i privilegiati mafiosi locali, la vita divenne lussuriante, ma non lo fu per la maggioranza del popolo.

“Quanto accadde in quel tempo fu l’opera di Lucky Luciano, il ben noto mafioso Americano che aveva presentato un astuto piano ai comandi delle forze Americane per una occupazione facile e veloce. Naturalmente in questo veniva involto l’aiuto della Mafia Siciliana che doveva organizzare il popolo ad ostacolare le stanche truppe Italiane alla difesa del territorio, cosa che avvenne facilmente, poiché dopo lunghi anni di menzogne, erano stanche del loro comandante supremo, il Maresciallo Badoglio e resero così possibile che l’occupazione degli Americani fosse veloce e senza spargimento di sangue. La Mafia venne ripagata in un modo alquanto generoso da parte dei comandi alleati che diede loro l’incarico di smistare tutte le provvigioni in arrivo in Sicilia per le truppe. Con quel tacito accordo con gli Alleati, la maggioranza delle provvigioni veniva diretta da parte dei capi mafiosi sul mercato nero, che loro stessi operavano, con un immenso profitto.”

Il vecchio Antonio prese ora alcuni minuti di riposo, riempiendo per sé un bicchiere di vino che poi centellinò lentamente, nel mentre stava riordinando il suo pensiero. Dopo alcuni minuti proseguì il racconto:

“Nell’accordo arrangiato da Lucky Luciano, metà delle mercanzie in arrivo in Sicilia venivano passate ai capi mafiosi Siciliani, ed il profitto delle vendite al mercato nero, veniva poi spartito in ugual misura tra i mob americani e quelli Siciliani. Da questo tacito arrangiamento il Governo Americano si sentiva pure avvantaggiato perché erano incalcolabili i benefici ottenuti, sia nel salvare la vita delle truppe, così pure in costosi mezzi di combattimento, se avessero incontrato una normale resistenza allo sbarco sulle sponde Siciliane.

“L’occupare l’isola in un solo mese fu una cosa inaspettata e a buon mercato per tutti, e fu resa possibile prima che le truppe tedesche fossero trasferite in tempo, sopra le inaccessibili montagne lungo l’intera isola e capaci di organizzare un vasto piano di difesa. Questo provò quanto la Mafia si rese utile a snellire le occupazioni di occupazione e resistenza.” 

~*~

Fine Parte 5               

Published by carlogabbiwriter

Italian born, and living in Australia. I'm writing for the past 15 years in both Italian and English language. I pubblished my first book in USA and it's available with Amazon. I also wrote several long stories which are grouped under the name "A song of Love" and several other works available in my blog in Rosso Venexiano.

3 thoughts on “The Sicilian Woman – Italian Version – Part 5

  1. Una lunga narrazione sulle vicende della famiglia Accana, che vede Angelina e Franco, attentissimi, nel seguire le vicende del lungo racconto…
    Buon martedì e un caro saluto, Carlo,silvia

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