Once Upon a Time (Part 2)

Once Upon a Time 

Ricordi di giorni passati

Oggi sono ottantacinquenne, età che dovrebbe farmi sentire vecchio. Non lo sono. Come sempre mi sento combattivo e non mi lascio intimorire dalla vita moderna piena di aggeggi elettronici complicati che tanto piacciono a voi, molto più giovani di me.

Sono cresciuto e educato nello spirito di quel grande passato, quando ancora si usava andare a piedi, e si pensava alla bicicletta come alla cosa più desiderata, come voi oggi potreste sognare di essere alla guida di una Ferrari.

Questo è un giorno importante per me e lo dedico a rivangare nel mio passato. Certo vi sono migliaia di ricordi di quei giorni lontani e passati e cercherò di afferrarne alcuni per tramandarli a voi prima che completamente spariscono col dissolversi del tempo che li tramuterà in polvere per poi spazzarli via con il primo scirocco.

Guardando entro il mio passato posso benissimo rivangare entro gli anni infantili e rivedermi ora allegro e altre volte triste.

 Già, erano giorni difficili, quegli anni ’30. Forse, molti di voi, ricorderanno qualcosa che i vostri genitori vi hanno raccontato, o forse no… Nella mia gioventù il modo di tramandare gli affari di vita famigliare, avveniva durante le notti invernali, nel calore delle stalle, al lume di candela. Quello era il luogo usuale, dove nelle lunghe serate, le donne, vestite in nero e con il necessario grande fazzoletto nero sulla testa, si trovavano intente a far la maglia oppure a rammendar calzini. Ben si sa che allora gli indumenti dovevano durare a lungo, perché nessuno aveva soldi per comprarne altri e non necessariamente alla moda. (Dal ricordo dei primi vent’anni della mia vita, vidi donne e uomini sempre acconciati con gli stessi abiti.)

 Gli uomini dal canto loro, nel tardo pomeriggio avevano sbrigato i loro lavori nelle stalle, munto le vacche, riempito le mangiatoie con fieno fresco, preparato un buon letto pulito di paglia per gli animali, che ora se ne stavano accovacciati a terra, ruminando, con quel loro ritmico movimento delle mandibole. Dai loro corpi emanava quel tipico odor di stalla, trasudando calore dai loro corpi enormi, intiepidendo così quei rustici locali delle stalle. Quello era il sistema di riscaldamento, era il più economico, che ben si addiceva per tutto il nucleo famigliare presente.

Sin dalle prime ore serali nonni e padri, che erano i patriarchi della famiglia, se ne stavano seduti attorniati dalle donne e ragazzi in quel grande stanzone semibuio, che era null’altro che la stalla-salotto per tutti. Un bicchiere di vino stava in fronte a loro, con la pipa che pendeva, strettamente trattenuta tra le loro labbra. Mille nuvolette di fumo s’innalzavano, mentre quel odore dolciastro del tabacco mitigava l’acridio odore di stallatico.

Era così giunto il momento tanto atteso da donne e piccini che attendevano con ansia il racconto abituale della sera.

Il narratore serale, dopo esser stato sopra pensiero per un breve tempo, si udivano scaturire dalla sua bocca quelle parole attese da tutti, e così aveva inizio la narrazione del giorno. Tutti avevano ormai zittito e, all’intorno vi era unicamente il rumore del ruminare delle vacche assieme a quello più acuto del battere continuo degli aghi di maglia, un tipico tic-tac, che ricordava di come le donne fossero ancora intente nello sferruzzare. Noi ragazzi, si era irrequieti per aver interrotto i nostri giochi, dopo che ci era stato imposto di sederci per non disturbare, attendevamo con impazienza… (Già, per noi di allora quello era il tutto, non si aveva altri grilli per la testa, come avete voi oggigiorno, che non potete far a meno dei vostri televisori, computer, telefonini.  Allora si viveva una semplice vita e null’atro poteva distrarci.)

Quello era il nostro trattenimento serale, e dalla bocca del “Vecio” si aveva modo di imparare attraverso le sue esperienze. Erano i racconti della loro vita, di quanto vedevano durante la loro immancabile migrazione annuale all’estero, poiché in patria, solo pochi ne potevano beneficiare. Sapevano raccontare, con voce lenta e profonda, la storia delle loro esperienze. Erano semplici fatti umani, forse cose di ogni giorno, che venivano narrate in dialetto (allora ben pochi parlavano in lingua, anche se la conoscevano). Era la minuta narrativa delle loro esperienze, cose vedute, e di come altri popoli vivevano in altri stati più benestanti. Era tutto quanto avevano osservato durante giorni di peregrinazioni nell’attraversare a piedi paesi e città, prima di arrivare sul luogo del loro lavoro. Poi parlavano dei lunghi mesi di lavoro, lontano dal loro paese e mogli, dei sacrifici fatti per risparmiare quei pochi soldi guadagnati, perché erano così necessari alle loro famiglie lontane. Purtroppo quelli erano gli unici denari che entravano in famiglia, guadagnati con sudore che dovevano sostenere la famiglia per il prossimo anno intero. Soldi che avrebbero servito per pagare quel nuovo campicello, per comprare un paio di maialetti da ingrassare e anche quel mulo giovincello che ben cresciuto sarebbe d’aiuto nel lavorare i campi… In più il conoscere che al loro ritorno avrebbero trovato pure il nuovo pargolo, giusto arrivato, che avrebbe accresciuto la famiglia, e con quello anche il pensiero di aver un’altra bocca da sfamare.

~ * ~

Tra questi miei ricordi infantili esistono pure ricordi delle mie vacanze estive, assieme a mia madre. Si usava trascorrerle a Tolmezzo, nella valle Carnica, nella casa di mia nonna. Questo e altro, farà parte dei miei prossimi scritti.

 Oggi sono io “IL VECIO”. Sarò io che, d’ora in poi, ogni sera vi racconterò la fiaba di come il mondo appariva in quel tempo non molto remoto, ma che era così diverso da oggi. Tutto è cambiato da allora e non sarebbe più riconoscibile oggi, di chi visse allora, che lavorarono duro per sopravvivere, e che alla fine divennero i nostri avi…

 Io oggi non sono null’altro che un sopravvissuto del passato, e mi sento ancora legato a quei tempi lontani.

Durante la mia vita ho raccolto innumerevoli memorie, che desidero raccontare alla nuova generazione, affinché il nostro passato non sia dimenticato.

Quel passato appartiene a tutti noi, perché è parte di noi e della nostra cultura. Questa è un po’ la storia di tutti noi, che, capitolo dopo capitolo, andrò a rispolverare.

Giovani abbiate pazienza con me. Sono vecchio, ma non ancora senile, e posso dirvi che il lungo cammino della mia vita mi ha insegnato molto. Desidero trasmettere a voi quanto ho visto e imparato.       

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