Once Upon a Time

Once Upon a Time

Come in tutte le storie narrate in “C’era una volta” anche in questa esiste la necessità di andare indietro nel tempo. Vi riporto quindi all’indietro ad un lontano, gelido febbraio di ottanta-nove anni fa, in uno sperduto villaggio montano, che si trovava sul nuovo confine, da poco tracciato, che aveva concesso all’Italia, quelle povere terre, come ricompensa per la vittoriosa campagna di Vittorio Veneto e che portò la fine della Prima Guerra Mondiale.

Era una fredda notte e la luna, rispecchiandosi sopra la neve gelata, produceva l’incanto di un riverbero, facendo apparire allo sguardo di chi guardava, migliaia di luccicanti diamanti, mentre nello spiazzo sottostante, erano giunti una dozzina di lupi affamati, discesi dal bosco vicino e in cerca di cibo si erano diretti verso le prime case del villaggio, affermando la loro presenza con sibilanti ululati.

In uno di quei nuovi appartamenti, una giovane donna era in attesa del suo primo nascituro, e vicino a lei, ad assisterla, vi era la più giovane sorella e l’ostetrica locale, che parlava unicamente la lingua locale e che non potendo comunicare a parole con la giovane madre, ugualmente si esprimeva con lei a gesti.

Finalmente, dopo una lunga e stenuante lotta della partoriente, si udì un primo vagito, forse quello era come un urlo. Fu in quel modo che io venni alla luce, entrando così a far parte di questo nostro grande mondo, che in quei tempi lontani era sensibilmente diverso dal nostro odierno.

Si, cari amici, vi sto raccontando come io venni entro questo mondo, nel modo in cui mia madre usava raccontarmi.

Ma non voglio annoiarvi con la lunga storia della mia vita, che in molti tratti, nei miei scritti ho ormai presentato.

Voglio solo presentare a voi la grande differenza che esiste ora da quei giorni lontani e passati. Trovo che per i giovani odierni il tutto è troppo facile e alla portata di mano, purché si sia in possesso di qui gadget moderni, Smart phones e computer. Con quelli si può attraversare lo spazio, entrare nel cosmo e ricevere in secondi tutte le risposte ai misteri connessi alla vita. 

Non era ugualmente facile vivere nei giorni della mia gioventù. La gente di allora era prona a tutti i sacrifici che l’epoca presentava e con paziente virtù si adattava a una vita umile che era aggravata dalla mancanza di lavoro, guadagno, e benessere. Qualcuno potrà dire che anche oggi il lavoro è scarso e mal retribuito. Forse è vero sotto molti aspetti, ma è pur vero che esistono mille scorciatoie che pur lasciano vivere senza molte ansie e allo stesso tempo si va pure a dormire a pancia piena.

Per noi non era così facile, si era costretti a digiunare, oggi e domani. Per anni, specialmente durante la guerra, tutto era razionato, e tutto scarseggiava e nascevano truffe dove si trovava la farina del pane mescolata con la segatura, e si mangiava pure quel pane che trovavamo ugualmente mangiabile. Molti di noi portavano ai piedi gli zoccoli, le scarpe di cuoio erano un miraggio lontano, è per me il ricordo di quei giorni di quel paio di stivaletti che mia madre mi comprò a borsa nera, che erano pur belli a vedersi ma che poi alla prima pioggia si distrussero completamente perché le tomaie erano di cartone. Telefoni di quei giorni? Erano riservati solo per quei pochi e le comunicazioni erano attivate da centralini telefonici, dove le linee erano connesse con l’inserire di spine sugli appositi panelli. Posso dirvi una cosa e non occorre andare molto all’indietro nel tempo, sino agli anni ’970 per una chiamata dall’Australia all’Italia, si abbisognava di una prenotazione di alcune ore, fintanto che le centraliniste lungo tutto il percorso non avessero completato le dovute connessioni.                      

Computer? Voi forse tutti sapete la storia e di come esse furono creati e del modo in cui divennero quei mostri da cui la maggioranza di noi oggi dipende. Così pure non parliamo dei Smart phones che nel giro di pochi anni hanno drogato le popolazioni universali rendendole schiave e succube. Chiedetevi come potrebbe esistere la vita moderna senza loro?
Ecco questo è il punto conclusivo e differenziale della vita al tempo della mia gioventù e l’attuale oggi.

Appartengo più al passato che l’oggi odierno, sebbene mi sia adattato a molte comodità che la vita mi presenta attualmente, ho sempre vissuto nel modo semplice e lineare, che era costume del passato. In quei giorni la vita umana aveva un valore, morale e spirituale e tutti si adattavano a quella legge.

Inoltre posso dirvi che in molti modi la mia vita è stata avventurosa e che con gran caparbia non ho mai mollato. Ho sempre combattuto con tutte le mie forze, cercando di raggiungere il meglio.

Non è stato facile e ammetto che ho imparato attraverso sbagli che molte volte mi sono costati cari, ma che poi, alla fine, mi hanno reso immune e capace di affrontare con più coraggio nuovi problemi e avversità che si presentarono in fronte a me.

Quand’ero sessantenne credetti di essere giunto alla fine dei miei giorni, con mille calamità che mi affliggevano. Ebbi fede in me stesso e ancora una volta vinsi una lotta inumana, contro il cancro che si sviluppava rapidamente Il tutto operazione dopo operazione, durò per oltre un decennio prima di giungere alla fase finale e debellare, anche se con riserve, la pena di morte.

Da allora incominciò una vita migliore, sicché tra una visita medica e la prossima, potei incominciare a viaggiare e conoscere gente e paesi nuovi, Messico, Brasile, isole del Pacifico, paesi Asiatici. La mia mente si arricchì e fu a quel momento che sentii il bisogno di scrivere. Decisi questo mentre volavo, rientrando dal Brasile.

Allora non avevo la più pallida idea cosa lo scrivere comportasse, e mi sentii alquanto perplesso di quale lingua usare per il mio scrivere. Il mio Inglese era da principiante, non imparato sui banchi di scuola ma unicamente leggendo libri e giornali. L’Italiano era quasi dimenticato nei molti anni di assenza dal mio paese natale e non usato giornalmente.

Con ostinazione imparai, nel modo migliore, la lingua Inglese, con l’aiuto di una amica. Così scrissi le prime righe, e man mano la mia confidenza crebbe, facendomi sentire più sicuro e spedito. Ebbi modo di scrivere molto includendo la stesura di un libro che venne pubblicato in USA. Da qui, volli imparare nuovamente la lingua italiana, e trovai una delle tante stanze di nuovi scriventi sul net. Incominciai con il tradurre i miei racconti e pubblicarli. Era uno sfacelo, ma perseverai. Alla fine entrai a far parte di Rosso Venexiano su suggerimento di Manuela Verbasi, che mi promise aiuto. I miei scritti piacquero e offerte d’aiuto arrivarono da parte di diverse lettrici, che correggevano i miei scritti. Fu per un gesto di gratitudine che incominciai a tradurre le loro poesie nella lingua Inglese che poi pubblicavo su Rosso.

Quello fu il come iniziai, abitudine che ancor oggi uso per dire grazie, ai molti che ancora oggi mi leggono.

Tra un paio di giorni sarò ottantanovenne. È una grande età, per tutti coloro che hanno sopravvissuto. Molti tra noi, sebbene siano vivi, sono costretti a una misera vita in case di cura o ospizi di vecchiaia.

 Di me posso dirvi che non sento il peso degli anni, e che ho una vita regolare e serena e mai mi sono sentito meglio di ora, anche se voi mi vedete più raramente poiché ho tralasciato parzialmente lo scrivere. Ho altre importanti attività come l’andare un paio di volte alla settimana in palestra e fare esercizi adeguati alla mia età e che mi aiutano a mantenere efficiente il mio corpo il più a lungo possibile.

Questo è tutto per oggi. Farò seguire a questa una pagina che scrissi al mio ottantacinquesimo compleanno, che trovo sia ancora di attualità.

Vi prego di essermi amici, in questo modo mi farete sentire meno nostalgico della nostra bella Italia.

Vi prometto che mi leggerete ancora per lungo tempo, anche se per la maggioranza, i miei scritti saranno per la maggioranza cose scritte nel passato.

Un caro saluto a tutti voi che conosco e così pure lo sia per il lettore occasionale e sconosciuto.                                     

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