IL VIOLINO – Edizione Italiana – Parte finale

PARTE 8

 

 

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Erano passati sei mesi da quell’ultima notte in cui avevo parlato con Markos. Dovevo recarmi a Sarajevo per affari e così presi l’opportunità di passare da Crakova desideroso di rivedere il mio musicista e conoscere la conclusione di quella storia che era rimasta in sospeso e senza fine nel nostro ultimo incontro.

Al mio arrivo in Crakova iniziarono le difficoltà per l’incapacità di trovare alcuno che parlasse l’Italiano o l’Inglese, nei negozi all’intorno come pure nel vicino Ufficio Postale. Alla fine un giovanotto venne in mio aiuto. Nel suo insicuro Inglese mi chiese di seguirlo, “Solo il prete parla Inglese, vieni, ti aiuterà…” Mi disse.

Mi introdusse a Padre Tito, e finalmente potei trarre un sospiro di sollievo, chiedendoli, “Padre, può dirmi dove abita Markos Legovich?”

Il padre mi guardò con sospetto per tale richiesta. Poi, fu sopra pensiero per alcuni secondi, poi mi pose una domanda, “E` veramente sicuro che il Markos Legovich che cerca vive in Crakova?”

Più che certo, Padre. Fui con lui sei mesi fa in Budapest e mi disse di cercarlo in Grakova dove è ben conosciuto. Disse pure di essere nato in questo villaggio, di lui posso dirle inoltre che è un violinista di talento, sebbene di aspetto sia molto eccentrico.”

“È sicuro della sua reale identità? Durante gli ultimi cinquant’anni che sono in Crakova conobbi unicamente un Markos Legovitch. Lui morì durante l’ultimo anno di guerra ed è ancora ricordato in paese come un eroe. In quei giorni sacrificò la sua vita per salvare quella di molti altri. Venne ucciso una notte in una imboscata tesagli dai tedeschi e fu crivellato dalle raffiche dei loro mitra. Quel Legovitch fu pure l’unico violinista che mai visse in Crakova.”

“Credo che si sbaglia, Padre. Quello che lei dice non può essere il mio uomo. Quando lo incontrai sei mesi fa, era vivo e umano come io e lei siamo. Creda, lo vidi in carne e ossa, l’ho pure toccato e son sicuro che non fosse uno spettro. Posso confermare che non solo l’ho visto ma l’ho pure udito suonare il violino. Mi deve credere, Padre, non posso sbagliarmi?”

“Venga con me allora al Campo Santo, che si trova dietro la chiesa. Avrà modo di ricredersi. Poi, dopo, si faccia pure la sua opinione in proposito.”

La tomba che mi indicò era semplice, sormontata da una croce di marmo e al centro di essa vi era la foto di un giovane uomo, sbiadita dal tempo. Riconobbi di lui lo sguardo di fuoco, che era certamente quello del mio Markos. Il suo nome era ben chiaro, scritto in lettere dorate. Sotto del nome vi era incisa la data della morte avvenuta nel settembre 1944 all’età di 27 anni.  Dal mio rapido calcolo, tale età, poteva essere corretta per il mio Markos di quei giorni lontani. Non ero comunque in grado di stabilire chi veramente fosse, colui che era stato tumulato in quei tempi lontani oltre cinquant’anni fa. Confabulai a lungo con Padre Tito ma non potemmo venire ad alcuna plausibile conclusione di chi realmente potesse essere colui che avevo incontrato in Budapest.

~ * ~

Durante i prossimi mesi spesso rivangai col pensiero a quel giorno che trascorsi in Crakova e mentalmente cercavo di risolvere i misteri dell’identità di Markos, con ogni possibile congettura. Mi chiedevo chi mai fosse sepolto in quella tomba? Era lui il vero Markos, come per la testimonianza di padre Tito? Oppure era qualcun altro? E se questi fossero i fatti reali, mi chiedevo chi veramente era il violinista che incontrai in Budapest? Quella notte lontana, ascoltando il suo racconto lo trovai convincente, Tanto da credere al suo raccontato che giudicai veritiero. Sindacai tutte le possibili congetture, troppe e diverse in verità che purtroppo conducevano in opposte direzioni. Alla fine conclusi che mai sarei stato capace di risolvere il mistero.

Passarono diversi mesi da quel giorno e finalmente i miei sonni ritornarono normali e lo spettro di Markos sembrava di essere finalmente svanito dal mio pensiero. Ora raramente ripensavo a lui e a quella notte trascorsa assieme. A volte ero preso da dubbi se quanto avvenne quella notte in Budapest nel tempo passato, fosse veramente avvenuta, o fosse causata della mia fertile immaginazione e null’altro che un’illusione.

Il ricordo di quell’ultima notte trascorsa assieme al mio violinista, era ora lontana e nebulosa, quasi irreale. Nel ricordo si era trasformata come una apparizione spettrale come spesso si vedono nei film di mistero. L’ultima conclusione a cui giunsi, forse era la più vicina alla verità, cioè che se quel violinista non fosse il vero Markos. Dunque, chi mai era egli allora? Decisi di accettare i fatti pur di poter essere in pace con me stesso, pensando, “Senza prove non sarò mai capace di risolvere quei misteri che avvolgono Markos.” Con animo rassegnato conclusi, “E` molto meglio seppellire tutti i dubbi sicché possa riacquistare la mia pace d’animo.”

~ * ~

Cosi fu. Ma un giorno la spettrale visione di Markos riapparve nuovamente nella mia vita.

Erano passati due anni da quella notte quando ascoltai il racconto di Markos in quel giardino in Budapest. Fu allora che inaspettatamente ricevetti una lettera da ‘Bianchi e Frasconi Notai’ avvocati e notai in Gorizia. Il nome di quei Notai mi era completamente sconosciuto. Fu solamente leggendo il documento allegato che ebbi ragione di comprendere di come quel documento mi riconduceva all’ultima sera passata assieme al mio violinista.

“… Siamo gli esecutori dell’ultimo testamento di Franz Monterosa.

La informiamo che nel suo ultimo testamento, un violino che lui possedeva è stato lasciato a lei.

La preghiamo di mettersi in contatto con noi al più presto per stabilire il legale passaggio in suo nome di questo violino di valore lasciatogli per testamento da Franz Monterosa. Abbiamo inoltre in nostro possesso altri documenti che abbiamo conservato per voi in visione. La informiamo che il Sig, Monterosa è deceduto senza alcun diretto discendente, e che lei è nominato come il suo unico beneficiatario…”

Arrangiai un giorno conveniente per incontrare il Sig. Bianchi. Ricevetti da lui il magnifico Guarnieri, ancora contenuto nella vecchia custodia che ben ricordavo Markos possedeva. Trovai all’interno di quella, assieme al violino, una nota scritta di suo pugno e che aveva lasciato in bella vista per me.

“Questo violino è ora tuo. Tu sei l’unica persona che conosce il suo valore e del modo in cui la mia vita è sempre stata legata a questo liuto. La dinastia dei Monterosa termina con me, sicché posso dire che furono vane tutte le lotte per riavere questo violino che si trovava in possesso di mio fratello paterno.

Mio padre, il Conte di Monterosa, prima di morire, mi raccontò di come avesse lasciato il violino a Markos.

Andai a Crakova per ritornare a Markos il suo prezioso violino. Purtroppo arrivai troppo tardi. Alcuni mesi prima era stato ucciso durante eventi bellici.

Mesi più tardi il mio castello fu pure distrutto dalle furie della guerra e come ultima cosa le mie proprietà furono incamerate dal Regime Comunista Jugoslavo al termine della guerra, perdendo così tutti i miei averi che divennero proprietà dello stato. Sei a conoscenza della maggior parte della mia vita. L’unica cosa che non conosci ancora è che le perdite dei nostri averi furono la ragione che causarono la morte prematura di mio padre, perché il suo debole cuore non resse a tale tragedia.

La mia vita, dopo di allora, non fu null’altro che un’alternativa di giorni buoni ed altri molto oppressivi. Nei giorni peggiori, la mia mente era allucinata e persa e non sapevo capacitarmi di chi veramente fossi, se il Conte Monterosa, oppure il mio fratellastro, Markos e agivo in modo alquanto bizzarro. Al culmine della mia depressione nasceva in me l’urgenza di prendere le vestige di mio fratello Markos e in questo modo viaggiavo nei paesi Europei, suonando e usando le sue vestigie. Era la buona musica, che assieme avevamo imparato al conservatorio di Montisola. Volevo in questo modo dar merito alla sua memoria, presentandomi sotto il suo nome a quel pubblico che ben conosci, nelle taverne che si trovavano lungo la strada del mio lungo peregrinare. Nel mio incosciente, agendo in questo modo, era null’altro che un atto di contrizione, dimostrando allo spirito di Markos quanto fossi pentito del male che gli avevo causato nel passato. Volevo fare omaggio in quel modo alla sua memoria e onorare la sua capacità di musicista.

Durante il nostro incontro in Budapest ero sotto questa disguisa. Il mio io aveva preso la personalità di Markos e nella mia insanita` credevo di essere veramente lui. Mi dispiace che durante quell’ultima notte non fui capace di terminare la mia storia, perché ero succube a tormenti atroci. Ti prego di scusarmi.

So che questo magnifico Guarnieri, che ora è in tuo possesso, è nelle mani migliori. Quando lo suoni, ricordati di me.

Sinceramente, Franz Monterosa

 

FINE

 

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