IL VIOLINO – Versione Italiana – Parte 6

 PARTE  6

 

 

 

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Markos smise di narrare. La sua stanchezza era evidente. Riempì nuovamente il calice e bevve a piccoli sorsi. Lo vedevo soprappensiero mentre inconsciamente passava gentilmente i polpastrelli delle dita sopra l’orlo del calice. Da quel lieve tocco scaturì una nota di un alto timbro sonoro. Ripete` quel gentile strofinio, mentre muoveva la posizione sull’orlo del calice, e in quel modo produsse differenti variazioni dalla nota. Osservai l’interesse con cui il mio musicista studiava la differenza del timbro sonoro. Bevve nuovamente un piccolo sorso di vino, mentre ripeteva la carezza sull’orlo del calice producendo altre note più acute.

“Capisce cosa intendo per suoni musicali? Per ottenere la perfezione del suono bisogna provare e riprovare fintanto che si è capaci di creare la nota più pura, quella più completa nella gamma sonora. Suppongo che anche lei avrà lo stesso dilemma nel costruire i suoi violini. Forse il problema consiste nel saper dare la giusta curvatura e la giusta ampiezza della cassa sonora, capace a produrre le vibrazioni più melodiose.”

Inaspettatamente ritornò alla narrazione della sua vita.

“Avevo dieci anni, quando padre Tito, il prete del paese, mi chiese di suonare “L’Ave Maria” di Schubert, durante la messa domenicale. Ricordo la prima volta che suonai il modo in cui udii l’eco della mia musica ritornare a me dalle alte navate della chiesa.

“Padre Tito presto divenne il mio benefattore. Alcuni mesi più tardi venne a casa mia e parlò a lungo con i miei genitori. Disse loro che con l’aiuto della diocesi avessi buone possibilità di entrare in un conservatorio musicale vicino a Milano. Ottenni così una borsa di studio in quel conservatorio che si trovava sul Lago di Iseo, in una pittoresca area campestre, che fronteggiava le calme acque del lago.

“Vissi in quel luogo per i prossimi sei anni della mia vita, dove imparai le tecniche del suono e praticavo sul vilino in lunghe estenuanti ore, giorno dopo giorno, sino all’esaurimento delle mie forze.

“Nel luogo del conservatorio musicale sull’isoletta di Montisola, nei secoli passati, esisteva un convento di frati. Ora gli studenti avevano l’uso delle stesse minuscole celle francescane, prive di conforto e dove i nostri tutori ci costringevano alla stessa disciplina claustrale con brevi contatti con gli altri studenti. Le visite dei famigliari erano limitate a poche ore mensili e così pure le nostre uscite dalle vecchie mura del convento erano rare. Questa rigida disciplina influiva sui nuovi venuti che nel breve giro di alcuni mesi terminavano i loro studi e ritornavano alle loro case.

“Sicché nel vecchio convento, rimasero unicamente quei pochi con talento e ben determinati di raggiungere la matricolazione negli studi musicali.

“Durante l’ultimo anno di conservatorio divenni amico con un altro ragazzo che aveva talento. La sua cella era all’estremità di un lungo corridoio nell’opposta direzione della mia. Nel tempo allocato per i nostri esercizi musicali, io e Franz, suonavamo la stessa melodia competendo tra noi, e alternandoci il ruolo di primo violino.

“Al termine dei nostri studi, dovemmo esibirci di fronte ad un competente gruppo di musicisti i quali avrebbero giudicato le nostre capacità. Tanto il pubblico quanto gli esaminatori erano persone rinomate nel campo musicale. Dalla nostra esibizione dipendeva il nostro futuro come musicisti. In quella sera per la mia amicizia a Franz lasciai a lui il privilegio di concertare come primo violino.

“Solamente coloro che si sarebbero aggiudicati come i migliori sarebbe data a loro la possibilità di partecipare alla stagione lirica annuale nei migliori teatri lirici Europei.

“Fu in quella serata conclusiva che Franz mi invitò a trascorrere l’estate assieme a lui e alla sua famiglia. Disse, “Nel passato nella nostra famiglia vi furono violinisti di talento. L’essere assieme ci darà l’opportunità di esibirci di fronte ad un gruppo di conoscitori della buona musica, la mia famiglia assieme ai loro amici. Sono certo che la mia famiglia sarà lieta di ospitarti e di conoscerti.”

 

 

~*~

 

 

Vidi che a quel punto Markos era stremato e al limite delle sue forze. Quel ricercare entro il suo passato era l’evidente causa di pena, ma capii che ugualmente era determinato di giungere alla fine di quel racconto e liberare una volta per sempre il suo animo dagli incubi che lo tormentavano da lunghi anni. Cercai di incoraggiarlo, scuotendo il suo torpore e lo invitai, “Prenda tempo Markos. Se beve un po’ di vino e si sentirà meglio, le rigenera` nuovo calore ed energia.”

Markos sorseggiò il suo vino e soprappensiero, mosse nuovamente i polpastrelli delle sue dita sull’orlo del calice, creando nuovi toni musicali. Compresi come il suo ego fosse teso come le corde del suo violino, e quel cercare di produrre nuove sfumature di suoni, era null’altro che il suo modo di fare per calmare sé stesso ed essere capace di riordinare il suo pensiero sul passato. Dopo diversi minuti, stancamente, ricominciò a parlare.

“Fu al principio di quell’estate che mi comunicarono che avrei partecipato a un concerto come solista in Budapest con l’esecuzione dall’Orchestra Sinfonica del Teatro dell’Opera di quella città. Avrei pure avuto una seconda esibizione accompagnando con il mio violino una grande virtuosa pianista di quei giorni, la celebre Maria Wallaschek. Quelle furono per me piacevoli esperienze. Purtroppo furono le uniche nelle quali concertai come violinista in un teatro Europeo.

“Dopo di quel giorno vi fu null’altro che un susseguirsi di cose spiacevoli che mai più mi permisero di presentarmi alle ribalte dei teatri…”

 

 

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