IL VIOLINO – Versione Italiana – Parte 5

Parte 5

 

 

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Vidi che ora l’ansia era dipinta sul viso di Markos. La sua voce era divenuta tremula nell’emozione di rivivere quei giorni passati e notai in lui la pena e le sofferenze causate da quei ricordi.

Per dar modo di rianimare il suo spirito sicché potesse continuare la sua narrazione, riempii il suo calice con altro Tokay e, gentilmente lo incoraggiai,

“Si riposi, prenda il tempo necessario… ho desiderio di udire la conclusione della storia della sua vita, purché questa non le causi troppa sofferenza. Se il ricordo del passato è troppo penoso, possiamo rivederci domani, dopo che lei abbia avuto tempo di riposare.”

“Mio caro amico è imperativo per me di svuotare il sacco dei ricordi ora, altrimenti queste memorie saranno perse per sempre. Credo che mai, dopo stasera, troverei il coraggio per finire il racconto. Già…domani? Mai vi sarà un domani! Sento in me l’urgenza di mettermi in cammino sulla strada che conduce verso il mio paese. Ho la premonizione che questa sia la mia ultima visita qui. Sento che mai più avrò modo di ritornare a Budapest.”

“Mi dica, se la volessi rivedere per parlare ancora con lei, dove potrei trovarla?”

“Le ho detto prima dove. Semplicemente laggiù nel mio villaggio sull’Adriatico. Qualora lo desideri, quello è il luogo dove potrà trovarmi.”

Bevve un altro sorso di vino e poi disse, “Devo ritornare al racconto interrotto.  E` unicamente durante l’oscurità della notte che trovo il coraggio di rivivere il mio passato. Il buio sa tenere a bada gli spettri del tormento. Col sopraggiungere dell’alba questi ricordi saranno pesanti come macigni e capaci di stritolare la mia resistenza. Sono ricordi che mi soffocano, ricordi che mi avvelenano, ricordi ai quali non posso comandare.”

Sorseggiava ora dal calice… prendendo tempo… riordinando pensieri e ricordi…

~ * ~

Markos riprese il racconto.

“Nel giorno del mio sesto compleanno mia madre e mio padrigno mi regalarono un violino in miniatura, adatto per la mia età. Entro sei mesi e senza alcun aiuto, arpeggiavo qualche facile pezzo di musica. Notai come mia madre fosse orgogliosa delle mie capacità artistiche.

Devo aggiungere che sino allora non avevo ricevuto ancora alcuna lezione musicale, tutto nasceva spontaneo e istintivo in me. Ben presto fui capace di riprodurre col mio violino alcuni ritmi popolari, dopo averli uditi una volta sola.

Ricordo di aver avuto nove anni quando una carovana di zingari campeggiò alle porte di Crakova. Li sentii suonare, e rimasi in estasi dal suono divino di quei violini. Sentivo come quelle loro improvvisate rapsodie esprimessero bene la loro vita Gitana. Erano suonate dolci e tristi allo stesso tempo inspirate dal loro modo di vivere, che rispecchiavano pienamente i sentimenti racchiusi nel loro animo. Quella fu per me la miglior musica di violino che avessi mai udito prima e che mai fosse stata creata.

Mi ero nascosto dietro una delle loro carovane, steso sulla terra nuda, rivolto verso il cielo seguivo il vagare nel firmamento di nuvole leggere e bianche. Tenevo le mani chiuse dietro la nuca per meglio sorreggermi e mi sentivo rapito in quel nuovo mondo, mentre la musica che udivo mi trasportava lontano, entro una vita irreale. Ero concentrato e a occhi chiusi per ritenere nella memoria le note che udivo, mentre col pensiero vagavo seguendo la tonalità delle note di quella rapsodia. Sentivo quanto fossero dolci. Sentivo nascere il piacere di vivere, guidato dalla musica gitana che inondava il mio animo. Ero in trance, inchiodato lì, sul suolo arido, mai, prima di allora mi ero sentito più felice.

Ero preso in quei sogni, quando a un tratto una mano mi scosse.

Era Mick, uno degli zingari, “Ehi ragazzo, cosa fai li`? Perché ti nascondi?”

“Mi scusi signore, stavo solo ascoltando la musica. È sublime, mai ho udito musica così bella prima d’ora.”

“Ehi, sei solo un ragazzo. Monelli come te devono correre, giocare al pallone. La musica non è fatta per i monelli.”

“Si signore. Gioco anch’io al pallone, come tutti gli altri ragazzi a scuola. Ma voglio anche imparare a suonare il violino nel modo in cui voi lo suonate.”

“Bene, bene… vediamo un po’ cosa sai fare. Vieni con me!”

Mick mi prese per mano e mi guidò verso la sua carovana. Prese una chiave, assicurata attorno al suo collo, e aprì un baule da dove estrasse un violino in miniatura adatto alla mia età. Prese pure un archetto e mi passò il tutto, mi fece un inchino dicendomi, “Vediamo ora cosa sei capace di fare, monello.”

“Mi concentrai per un momento, poi incominciai a suonare.

Ripetei nota per nota la Sinfonia Gitana che avevo appena udito. Nick mi ascoltò incredulo, gambe ben divaricate, con le nocche delle mani ben piantate sui i suoi fianchi. Aveva uno sguardo stupefatto mentre seguiva la mia presentazione.

“Veramente, ragazzo, hai talento. Se vuoi, mentre siamo in paese, posso insegnarti altre suonate Gipsy. Devi però sapere che noi Gitani non abbiamo musica scritta. Tutto è tramandato a memoria dai nostri padri e dai padri dei nostri padri, tradizione che va all’indietro per molte generazioni. Questo è il modo in cui noi teniamo vive le nostre tradizioni.”

Nick fu il mio primo maestro. Era veramente posseduto dalla musica. Per lui la musica nasceva nel recondito della sua anima. Pulsava velocemente in lui come solamente può il sangue nel corpo di un innamorato.

~ * ~

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