IL VIOLINO – Edizione italiana – Parte 4

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PARTE 4

 

Ordinai una bottiglia di Tokay, sapendo bene che in fronte a noi sarebbe stata una lunga notte. Il ristorante stava chiudendo ma ci fu permesso di rimanere al tavolo del giardino quanto a lungo si desiderasse dopo la chiusura del locale.

Il mio musicista era soprappensiero, mentre sorseggiava lentamente il vino dorato dal suo calice, intento a riordinare il suo pensiero sui fatti salienti della sua vita per poi narrarmeli più tardi.

Alla fine, iniziò il racconto della sua vita, null’altro che una lunga storia di sofferenze.

“Mi chiamo Markos Legovitch. Sin dal giorno in cui nacqui ricevetti lo stigma di bastardo, che purtroppo pesò su di me per tutto il resto della mia vita.

Fu un giorno funesto, e sin dalla fanciullezza il mio subcosciente captò unicamente quelle influenze funeste che il destino sospingeva verso di me. Mi erano negati anche i più piccoli piaceri che tutti ricevono dalla vita. Fu a causa di questa continua insoddisfazione, che mai fui attratto dal desiderio di gloria che avrei facilmente ottenuto da una carriera artistica.

“In me è rimasto vivido il ricordo, di quando ancora ragazzo vivevo con mia madre, e di come lei spesso usava parlarmi di mio padre. Diceva che era generoso d’animo e di come lei lo avesse idolatrato come il suo eroe. In quegli anni infantili sotto l’influenza del pensiero di mia madre, immaginai mio padre simile a un paladino della Tavola Rotonda, che aveva dedicato la sua vita al servizio di Dio e all’amore per la giustizia. Nottetempo lo sognavo cavalcare un maestoso cavallo bigio, che veniva a prenderci per portarci in una terra lontana e incantata.

“Mia madre, parlando di lui disse che era un Ufficiale di Cavalleria e che fu di servizio per lungo tempo in Crakova, e fu allora che fiorì il loro amore.  Il giorno che rientrò al suo reggimento, le promise che l’avrebbe amata eternamente e che al più presto sarebbe ritornato da lei.

Purtroppo la verità fu del tutto differente e mai fece ritorno al nostro villaggio sperso lungo la Costa Dalmatica, dove noi si viveva.

“Durante quei miei giorni giovanili, il nostro buon vivere, dipese dal benvolere da parte del padre di mia madre. Purtroppo il giorno in cui mio nonno morì fummo costretti ad andarcene dalla sua casa e ci trovammo in miseria. Tutti i suoi averi, per le tradizioni ataviche locali passarono per diritto al primo maschio nella famiglia.

“Mia madre fu costretta allora ad accettare lavori umili. Questa condizione si protrasse a lungo, sino a che il suo padrone, benevolmente le assegnò un lavoro d’ufficio.

Mia madre è sempre stata una donna attraente, e durante i lunghi anni di lavoro il proprietario si invaghì di lei. Alla fine, cedette alle sue insistenze, e accettò di sposarlo, sebbene vi fosse una disparità d’età, ma risolvendo in questo modo i suoi problemi finanziari.

Crakova è il luogo dove sono nato e cresciuto. E` il luogo che io ho sempre chiamato casa e dove sono racchiuse tutte le buone memorie della mia vita. Ho molti ricordi dei miei anni giovanili e di come mia madre avesse una cura speciale per il violino che mio padre aveva lasciato per me, dicendole che per tradizione famigliare quel violino passava di proprietà al primo figlio maschio nel giorno della sua nascita. Mia madre da allora custodì il violino avvolto con cura entro un pregiato scialle di seta in un cassetto del comò nella sua stanza da letto. Durante i giorni che sentiva nostalgia di mio padre, mi chiamava vicino a lei sul suo letto, e dopo aver preso quel prezioso violino lo metteva nel mio grembo, mentre mi parlava di lui. Erano momenti di gioia per me. Accarezzavo il violino mentre ascoltavo la voce di mia madre che parlava di lui. Toccavo con amore il liuto, mentre lei mi chiedeva di aver sempre cura di quel strumento dicendomi che in quel modo mi sarei sentito unito a mio padre. Fu durante quelle occasioni che mi confidò che lui era un vero principe, e apparteneva a un casato importante nella storia del passato e che, come i veri principi, viveva in un vero castello. Inoltre con orgoglio mi disse che mio padre era pure un capace violinista e che suonava per lei rapsodie gitane. Mi disse che il violino durante gli scorsi duecento anni, fu passato da padre al primo figlio maschio nella loro famiglia e disse pure che l’augurio di mio padre fosse che anch’io divenissi un giorno un bravo musicista come lo furono gli altri primogeniti prima di me.

“Questo è il modo come quel violino divenne mio. Fu dovutomi per legge naturale di discendenza e nessuno avrebbe negato in quel modo l‘evidenza della mia nascita.

Sul retro della cassa del violino vi è una miniatura che fu pittata nel tempo passato. Sul fronte appare una rosa rossa mentre nello sfondo si nota una montagna. Quella è la rappresentazione della cresta araldica della famiglia Monte-Rosa.

Mia madre predisse allora che, il giorno in cui ritornassi alla famiglia di mio padre, con quel violino attesterei di essere il primogenito e mi apparterebbe il titolo di principe della famiglia nobiliare dei Monterosa.

“Purtroppo le previsioni di mia madre mai si avverarono. Anni più tardi, quel violino fu null’altro che causa di enormi disillusioni e miserie. Quello fu il giorno in cui credetti di aver trovato mio padre e la mia nuova famiglia.”

 

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