Rinaldo Ambrosia presaenta: LA SCRITTURA, UNA PAGINA DI FRESCHEZZA

Tra le pagine del mio blog è riservata una pagina speciale per gli amici, che di volta in volta, appaiono come presentatori odierni. Oggi questo onore è riservato a Rinaldo Ambrosia, che sa come eccellere sia nella prosa come pure in poesia.

Oggi Rinaldo dedica la maggior parte del suo tempo a insegnare in “The University of Third Age” e noi, suoi appassionati lettori, risentiamo la mancanza dei suoi scritti.

Ti prego di inviarmi tuoi scritti recenti, Grazie!

 

 

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Rinaldo Ambrosia presenta:

LA SRITTURA, UNA PAGINA DI FRESCHEZZA

 

 

 

La pagina bianca è suggestiva, un piano, un plateau innevato. Acqua, neve, ghiaccio in una sequenza che riporta il pensiero alla stagione invernale. Lontano dal massacrante afoso torpore di questa giornata d’agosto. Freddo, la parola induce, spazzola via il velo di brina che si è depositato sugli aggettivi, simile al vapore di condensa del respiro, di quell’inverno rigido, dove anche il lago ghiaccia.

Ma dov’è la neve? E dove il riverbero dei ghiacciai, delle montagne innevate?

C’è, nella parola, un andamento lento, una cadenza di respiro che fa scendere la temperatura. Una scrittura che induce ad altre stagioni. Il corpo, come la parola, si raffredda.

L’immagine di una valle, di un fiume si insinua tra le persiane abbassate. Frescura, reclama il corpo e il pensiero fa gran cassa. Immergo la mano in quest’acqua portata dal pensiero, dalla parola scritta.

Siddharta è un punto immobile seduto sull’altra sponda che mi osserva. L’acqua è gelida, fili d’erba scorrono trasportati dalla corrente, sembrano raminghi naufraghi. Chiudo la mano a conca e porto l’acqua alle labbra. Una sensazione di freschezza mi pervade. L’acqua è vita, è gioia. C’è tutta la sua forza in questo possente fiume che scorre e parla.

Ma sul barometro delle parole la temperatura continua a scendere.

Il frullatore ha lanciato il coperchio verso il soffitto e la stanza è invasa da parole.

Acqua, diaccio, algido, glaciale, e poi ancora brina, nebbia, neve e gelo.

Stacco un candelotto di ghiaccio che si è formato come immagine mentale. Lo osservo stemperare in acqua dal calore del mio corpo. Sento il peso di queste molecole che, vinte dal freddo, hanno variato la loro forma.

Un brivido mi percorre la schiena.

Sono su un ghiacciaio. Tutto attorno montagne immacolate contengono il mio sguardo.

La neve, il bianco, l’assoluto.

Sto salendo in vetta, a questa quota, il sole non scalda, colora la neve.

Il freddo si insinua tra i miei abiti e i miei pensieri. Un boato, e dalla montagna di fronte una slavina si stacca da una cresta. Una massa bianca precipita a valle sollevando una nube di polvere gelida. Affondo istintivamente i ramponi sulla neve. Freddo, anche il sole è una stella algida. Il respiro si condensa sul mio viso formando dei ghiaccioli sulla barba.

Poi la scrittura si arresta e dal pianeta parola ripiombo in un pomeriggio afoso d’agosto. Dove la definizione calura, afa, umidità sembrano ripetizioni, timidi pleonasmi a contorno di una soffocante e estenuante estate.

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