Outback Australia -Fuori dalla Pista Battuta

Vita Nell’Outback Australiano

 

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Scritto da © Carlo Gabbi – Ven, 12/10/2012 – 05:59

Vita nell’ “OUTBACK” Australiano

Tratto dal Cap. tre di “An Amazing Story”

(Ricreato per i lettori Italiani)

 

 

 

Nota per i lettori

Dopo avervi introdotto alle pagine di Anna Zoli con la sua “Ballata dall’Australia” penso valga la pena rimanere più a lungo su questa “Tematica Australiana” e presentarvi altre pagine che riflettono la vita e i luoghi di questo immenso Paese.

Incomincerò con alcuni miei scritti per poi, alla fine, introdurvi ad alcuni classici Australiani, pieni di colore e folclore, che veramente sono gioielli che completamente faranno comprendere la vita di questo immenso e primitivo paese, cioè, “The Country Life”, come era un secolo fa. Posso dirvi che in molti luoghi spersi in quell’immensità selvaggia, nulla è cambiato nel tempo. La natura rende la vita grama e dura anche oggi per chi osi vivere in questi luoghi, come lo è ancora in Lightining Ridge, un piccolo centro minerario, con non più di cento vite di disperati i quali sognano ricchezza. E` in questo luogo, dove sono estratti dal sottosuolo i più magnifici opali, che sono ben pagati sui mercati mondiali. Quegli avventurieri hanno creato le loro dimore nella profondità dei loro stessi scavi, perché il termometro, per buona parte dell’anno tocca i cinquanta gradi Celsius. Ricordo che nell’arrivare in questo luogo la mia impressione fu come m’inoltrassi sul terreno lunare, cosparso dalle larghe buche degli scavi e quell’ammassarsi di detriti dell’escavazione, eseguita per la maggior parte a colpi di piccone, per non danneggiare la gemma preziosa.

Le pagine con cui inizio alla mia narrazione le ho tratte dal mio romanzo “An Amazing Story”, quindi come ben ci si aspetta da una storia romanzata, parte del racconto è frutto della fantasia.  Posso dirvi però una cosa, riguardo queste poche pagine, cioè che qui veramente è riflessa vera vita vissuta, come pure pensieri, e reali emozioni che furono dettati nel visitare quei luoghi. Naturalmente sta a voi formulare un giudizio in merito di quale sia la vera verità durante la lettura di questa narrazione. E` ben risaputo che ogni autore ha giudizi personali nell’esprimere le cose viste e giorni vissuti.

Ora a voi tutti buona lettura.

Carlo

…………………………… ~*~…………………………………

 

Mi sentivo mentalmente affranto, dopo quest’ultima catastrofe che mi aveva colpito. Ero fisicamente provato e questa nuova disillusione mi fece sentire vecchio e stanco. Ero incapace di trovare la forza per reagire a quelle sfortune e riadattarmi alla vita usuale.

Passarono settimane prima che’ l’innato buon senso prevalse, e compresi l’immensa catastrofica realtà che s’innalzava in fronte a me. Forzai me stesso, nell’analizzare freddamente la situazione e il modo migliore per risolvere gli innumerevoli problemi.

Ero allora cinquantenne, l’età in cui la maggioranza di noi raggiunge il traguardo del successo nella propria vita. Questo avviene per la maggioranza di noi, è l’età nella quale si sono finalmente raggiunte le acque sicure nel porto della vita, quando si può incominciare a pregustare i frutti agognati, le gioie dovuteci nell’ambito famigliare come pure quello del lavoro.

Purtroppo per me non esisteva nulla di tutto ciò ad attendermi. In fronte a me tutto era oscuro, non esisteva la minima luce di speranza. Una volta ancora, nel mio continuo peregrinare della mia vita, avevo perso quanto possedevo, assieme a mia moglie. Mi sentivo completamente distrutto, ma ancora più lo ero nello spirito più che sul lato materiale. Capii qual era l’inumana lotta per riacquistare quanto era svanito.

Mi sentivo come fossi precipitato entro un pozzo profondo, viscido, buio e inospitale. Sentii che da lì mai avrei trovato il modo di risalire da quel baratro alla superfice dove esisteva il sole di una nuova vita. Vagheggiavo nel buio, cercando di fuggire, ma le tenebre erano dense, e in quel cercare, al tatto delle mani trovavo unicamente pareti levigate, senza alcun appiglio e sdrucciolevoli a causa dell’umidità. Capii che senza un aiuto esterno mai sarei risalito, e ritrovare la persa pace d’animo, la libertà agognata, quella spirituale.

Capii pure che la necessaria solidarietà umana attorno a me non esisteva, non vi era nessuno con la mano stesa, dandomi aiuto nel ritrovare una nuova vita tra il resto dell’umanità`.

Come sempre avviene nella vita, nell’ora in cui ci troviamo in momenti cruciali, non esiste il buon Samaritano che sia amico e dica una parola di conforto, pronto a stendere la mano nell’aiuto desiderato.

Piansi su me stesso. Erano lacrime amare che discendevano roventi sopra le mie guance, mentre in me esisteva un’amarezza che mi chiudeva la gola. Nulla era rimasto della mia vita passata capace di lenire il tormento, e sentivo la mancanza attorno a me di tutte quelle piccole gioie di cui si ha bisogno giornalmente e che sono offerte liberalmente all’umanità. Ero solo, soffocavo, mi mancava il necessario ossigeno rigeneratore. La mia anima era ora muta, e i sogni del domani erano ora morti. Esisteva unicamente il dolore dei ricordi, sicché piangevo su me stesso. Mille condizioni avverse gravavano sopra di me, pesanti come macigni enormi, seppellendomi, e ancor più soffrivo per la mancanza di simpatia umana.

~*~

Fu in quella disperazione che la necessità di sopravvivere si fece strada e mi indicò la via da percorrere per poter vincere la mia lotta contro le avversità che erano lungo il mio sentiero. La speranza del rivivere mi si rivelò come un venticello leggero, che ben presto crebbe, sospingendomi, infondendomi coraggio, e mi rese nuovamente combattivo. Lo ascoltai e così rotolai le maniche della mia giubba di guerriero, e iniziai la lotta con foga e coraggio. Quella era una lotta disperata, era la lotta della sopravvivenza.

~*~

Decisi di fare quanto più avevo desiderato di fare nel passato, quando ero ancora giovane, e non avevo alcun obbligo verso una moglie, figli, o impegni di lavoro.

Era vero, che si erano ora addensati sopra di me un infinito numero di problemi, come non mai prima nella mia vita. Ma allo stesso tempo mi sentivo libero di decidere il mio domani, annullando gli obblighi che mi obbligavano a percorrere una via diversa. Ero solo, così fui tentato di dare ascolto alle mie passioni. Era l’opportunità da sempre agognata.  Sorrisi a me stesso a questo pensiero, e andai a rispolverare quei sogni giovanili che ora erano ricoperti da una coltre di polvere, sepolte nel cassetto delle speranze perdute nella gioventù`. Riapparvero in me i sogni passati, li accarezzai, li ridimensionai per il nuovo tempo, sentendomi rinascere, forte e combattivo e pieno di fiducia per un futuro migliore che avesse aperto nuovi orizzonti di vita a cose migliori.

Come non mai mi sentivo attratto dal desiderio di vagabondare all’intorno nella ricerca di quei sogni, in una terra che dopo lunghi anni, trascorsi tra uffici e lavori, conoscevo ben poco ma che mi aveva sempre attratto. Vi era un solo punto, che a me poco importava, anzi mi dava piacere, il sapere che la mia esistenza futura sarebbe stata per un lungo tempo piena di solitudine. Ma sapevo che la solitudine mi è sempre stata compagna e mai mi aveva spaventato, tanto meno ora. Mi ero incallito durante i lunghi anni di lontananza, vissuti duramente, provati in luoghi e climi impossibili, e capii bene che quella era la vita da me desiderata.

~*~

Decisi così di abbandonare per un tempo relativamente lungo la giungla di asfalto in cui vivevo e andare in un luogo nel quale poter ricucire assieme quel mio io che si trovava a brandelli. Decisi di andare alla ventura e sbizzarrirmi in quelle terre, “The Never, Never Land” quei luoghi rimasti immutati sin dal giorno in cui “Il Creatore” con il suo soffio creò l’umanità. Avevo scelto di vagabondare nel nord di questo immenso territorio, e di provare che ancora non ero il fallito, il relitto umano, e di dar tempo al tempo per ritornare a essere “ME STESSO”

~*~

Per la mia temeraria cavalcata nel Nord Australiano avevo bisogno innanzi tutto di un solido mezzo di trasporto, un fuori strada, avente quattro ruote motrici, che fosse capace di portarmi attraverso quelle piste, anche la più impervia che solcano l’interno del paese. Trovai quanto volevo a una svendita di mezzi militari. Era un rustico automezzo, ma rispondeva docilmente ai comandi. Lo sentii volenteroso e sottomesso alle più ardue fatiche alle quali lo sottoposi. Era un 4 ruote motrici, e sfoggiava ancora, pitturati sulle sue lamiere, quei caratteristici colori che usualmente sono usati nel camuffare questi mezzi militari. Lo trasformai con passione entro quel rustico, solido camper van, il quale sarebbe divenuto la mia casa nei prossimi lunghi mesi di vagabondaggio.

Così incominciai il mio viaggio senza meta, diretto verso Nord, entro quel OUTBACK, quel  “Never Never Land” ossia quella terra di nessuno. Villaggi divennero sempre più remoti, piccoli, distanti, e ben presto trovai in fronte a me un entroterra desolato, che rispecchiava la vera faccia del continente Australiano.

Mi era stato detto che questa è una delle più desolate regioni esistenti, ma l’esser lì, solo mi sentii con strani sentimenti di gioia ed anche un po’ di ansia, nel vedere che quanto si offriva al mio sguardo era la vista di sabbie rosse, ondulanti, che formavano quell’immensità semidesertica che si spandeva a perdita d’occhio in fronte a me, unicamente rotti dalla vista di quei rari arbusti rinsecchiti dalla continua siccità`. Questo era dunque il vero volto del North Australia. La terra che corre ininterrotto da Broome, all’ovest del continente, e che in una cavalcata di oltre 4.000 Km. raggiunge il Gulf of Carpenteria nell’estremo Est, dove si alzano le ultime coste dell’East Queesland.  Nel vedere questa terra sembrava più che mai che fosse stata abbandonata dall’umanità.

Infatti, in questa immensa regione vivono ben pochi gruppi di esseri umani che permanentemente abitano questa immensa desolazione. Sono gruppi di uomini, duri e provati, spersi su territori smisurati nella loro larghezza e troppo grandi per un così infimo numero di persone, le quali si trovano sbattute a centinaia di kilometri, l’un dall’altro. La loro vita è assicurata da quel provvidenziale pozzo artesiano per la necessaria acqua e in più hanno alcune baracche di lamiera ad indicare un esistente nucleo di vita. Qui è, dove vivono i “Jackeroos”, ossia i mandriani che accudiscono, ai centri di allevamenti di bovini, che sono chiamate Stazioni, e si estendono su territori vasti quanto può  essere il territorio di una provincia Italiana.

In quelle solitudini la loro unica via di collegamento sono quelle poche piste marcate nella sabbia rossa, lasciate nel passato dalle rare e pesanti impronte di pneumatici, che ora a mala pena appaiano alla vista, nel continuo zigzagare tra sterpaglie ed erbe rinsecchite, al raro avventuriero che ha l’ardire di attraversare questo mondo ignoto.

Tutt’oggi questa è ancora terra di pionieri e di temerari, i quali si avventurano nel cercare di emulare quelli che per primi, centocinquant’anni fa, hanno tracciato una pista, attraversando il continente, nella ricerca delle sponde opposte all’oceano da dove erano partiti. Non sapevano esattamente, dove fosse, ma credevano che esistesse. Molti di quei primi temerari persero la loro vita, nel loro ardire nella loro temeraria attraversata di luoghi sconosciuti e desertici. Oggi siamo grati a loro, che per primi ci indicarono la via e così altri avventurieri arrivarono dopo per dar inizio alla futura civilizzazione.

Oggi comprendo quanto temerario fui nell’attraversare questi luoghi rimasti immutati attraverso i due secoli di colonizzazione di questo continente. E terra selvaggia, è terra dove solo l’aborigeno locale sa come si può vivere, perché questa è la loro terra atavica, è il loro habitat naturale, e possono sopravvivere perché hanno imparato dai loro padri.

Ma, in quei momenti difficili della mia vita, non trovai disconforto nell’essere lontano da quelle ansie che si creano tra i rumori della nostra civiltà. Questa vita mi si addiceva in quei momenti di sconforto e mi sentii affascinato dai luoghi così imponenti, e apprezzai subito il valore della solitudine del luogo. Mi avventurai luogo piste, che compresi, era stato tracciato dai piedi callosi dell’aborigeno. Vissi e vagai all’intorno a quel luogo per alcuni mesi. Ero affascinato e nello stato di trance in quella falsa quiete e solitudine. Ero indisturbato, ed era quello il modo migliore per indurmi alla contemplazione e meditazione.

Questo fu il luogo ideale per scoprire me stesso, era il luogo nel quale potevo analizzare il mio spirito, depurarlo dalle incertezze mentali che da lungo tempo mi torturavano. Pensai quello fosse il luogo e il modo migliore per curare gli affanni passati. Sapevo che solo meditazione e solitudine erano la medicina capace per ricondurmi al più presto entro la persona intuitiva che ero nel passato.

Ma ancor più in quella completa solitudine si affinarono in me gli istinti primordiali di sopravvivenza e mi sentivo sereno. Sentivo di essere in diretto contatto con il creato e capii quanto fosse semplice comunicare direttamente con Dio. Fu Lui ad indicarmi quella magnitudine  e mi insegnava come poter scoprire i misteri nascosti tra quelle aride zolle ondulate. Era senz’altro un mondo sconosciuto e selvaggio e  a volte appariva innerale. Qui vissi e imparai il valore dell’umiltà e fui grato per quanto mi circondava.

Esistevano in me poche necessità in quel semplice vivere. I miei desideri si erano affinati, adottando le frugalità di un eremita. Sicché era ben poco di cui abbisognavo, e il tutto era disseminato attorno a me. Era il dono che ricevevo riconoscente dalla natura provvidenziale che mi circondava. Pescavo, cacciavo, leggevo, ma ancor più avevo tempo di sognare. Mi sentivo più che mai libero ora… e avevo pure molto tempo per far quei sogni che da sempre avevo voluto sognare…

Questo fu il modo che aprì uno spiraglio sulla finestra del mio futuro. Questo era l’unico modo capace di permettermi di scaricare dal deserto della mia vita quell’enorme fardello di dolori, che ben sentivo, ed erano più grandi di me. Era l’unico modo che mi aiutò a rinsavire. Era il modo per dar sepoltura al passato.

All’orizzonte vedevo ora spuntare una tenue luce. Era l’inizio della speranza vitale che cercavo, che volevo.  Era la fiducia nascente e incominciai a plasmare le basi del domani, con progetti semplici, ma che sapevo erano possibili e realizzabili.

Non so esattamente quanto vissi in quel luogo. Ero incurante del valore del tempo o di cosa succedesse nel mondo che era per me ora null’altro che un  passato remoto.

Vivevo studiando la natura che mi circondava e aspettavo che essa m’indicasse la via della mia nuova vita. Ogni giorno imparai di più da lei, osservando, studiando quelle cose vicino a me, e giorno dopo giorno, imparai le leggi fondamentali di come sopravvivere.

~*~

Per ore stavo disteso sulla sabbia infuocata del deserto che mi circondava, e godevo nella quiete apparente che era all’intorno e che sentivo invitante. Silenziosamente osservavo la magnificenza di quel nulla selvaggio. Ne gioivo, sentendomi vivo e parte di quella vasta immensità che mi attorniava. Ero pure cosciente dei mille pericoli esistenti, ma poi? Sapevo pure il valore di vivere per me stesso, in quel luogo primitivo, che era il riflesso del paesaggio Australiano.

In quell’immobilità e silenzio troppe volte ebbi l’impressione di essere l’unico essere vivente in quel luogo, ma non lo ero. Coabitavo con quei pochi animali selvatici, e vedevo la loro costrizione a ridimensionare le loro vite pur di vedere sorgere un altro domani sopra quel terreno impervio, in quel clima torrido, e in quella quasi completa mancanza d’acqua. Fu allora che sentii in me il bisogno di credere in Dio Creatore. Incominciai a pregarlo chiedendo il coraggio, la forza di poter sopravvivere un altro giorno in quelle condizioni impossibili.

Imparai molto. Cose piccine e minute, che la paziente natura m’insegnava. Sentii Il tempo scorrere lentamente, ma pur sempre continuo nello scandir delle ore di un ipotetico orologio, che in quei luoghi aveva perso tutti i valori perché qui non esistevano più le impellenti necessità imposte dalla civiltà umana.  Mi adattai al nuovo ritmo di vita, dimenticando l’urgente premura del vivere. Fu per me una rivelazione comprendendo quanto questo modo di vita fosse la più veritiera.

Avevo imparato che concentrandomi potevo rivedere e correggere gli sbagli nel mio passato. Questo fu pure il modo di comprendere i misteri di quell’esistenza primordiale, dove solamente chi è forte può vivere. Imparai questo dagli animali selvaggi che vivevano vicino a me, e con loro accettai le semplici regole di quel vivere dettate dalla natura che mi circondava. E imparai a credere nei segreti della natura, segreti che facevano parte della vita di avventurieri o di quelle semplici creature che osavano vivere nell’assoluta desolazione desertica.

Furono quelle semplici regole che mi aiutarono nel tempo a ricuperare la calma interiore dell’animo, e che presto divennero imperative sulla mia vita, nel considerare e studiare le possibilità che avrebbero aperto il mio prossimo futuro.

~*~

(To be continued)

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