Rinaldo Ambrosia ci conduce in diversi viaggi

Il viaggiare, le sensazioni, luoghi e culture nuovi, il viaggio interiore

 

 

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C’è un momento di distacco. Di una sensazione di stacco, d’abbandono nel lasciare la tana sicura e andare incontro all’ignoto. Il viaggio ribalta totalmente le mie poche sicurezze acquisite. È vero, c’è la curiosità del luogo nuovo (e oggi anche confortevole, ricco di comodità) ma chiudere la porta di casa dietro le spalle è un faticoso dover ricominciare in un altrove privo di riferimenti, come una bussola senza ago. Si può anche convivere con una lingua e abitudini diverse ma mi mancano i rapporti umani, le emotività affettive, sedimentate negli anni, o forse è solo la paura di essere solo con me stesso in mezzo agli altri? Non amo gli abbandoni, i distacchi, le cerimonie di congedo. Forse perché il rimando degli abbandoni famigliari si ripresenta forte. Bussa nuovamente alla porta. Gestire i fantasmi emotivi diventa, ora che ci convivo in modo equilibrato, nuovamente pesante. E che dire poi della dimensione del viaggio ospedaliero? Del tuffo nella malattia?

C’è poi l’altra dimensione del viaggio, ed è la sua bellezza. L’attraversare luoghi e momenti, vedere aspetti nuovi e dissimili. Lasciarti cogliere dal paesaggio, dal sorriso di una persona. Immagini dicotome di latitudini diverse. Dalla terra aspra e frantumata dal sole di un Uadi africano, al suo tramonto che colora di rosso e viola il tuo viso, alla magia di luce e di colore del freddo paesaggio nordico. E le genti, dove, per la difficoltà della lingua, ritorni a comunicare con momenti minimi, con un lessico essenziale: uno sguardo, un gesto, un sorriso, uniti a un misto di curiosità e straniamento. L’imbarazzo forte nella consapevolezza che il tuo tenore di vita è migliore di quello della persona che infagottata di stracci ti sorride. Imbarazzo che dimentichi fuori dalla porta del tuo albergo. Molli i confronti e ti prepari ad affrontare la cena, i gusti nuovi del cibo e delle sue spezie, mentre mentalmente dai del cretino al collega turista che, al buffet dei cibi, si lamenta della mancanza della pastasciutta.

Al ritorno da questi viaggi rimangono delle immagini di attimi congelati. Istanti che saltano fuori casualmente, come in quei portafotografie elettronici. C’è quella donna (bellissima: una principessa da fiaba) che nel quartiere degli orafi, al Cairo, si avvolge il viso nel suo splendido vestito di seta di color azzurro. C’è quel signore tunisino seduto sul margine della vasca del bagno pubblico degli uomini, all’aperto, che guarda un pezzo di luna, diafana, apparsa nel cielo. C’è il carretto con il pane azzimo, trascinato dal ragazzo arabo in una via di Gerusalemme. C’è il veterano che piange immobile davanti alla fiamma dell’Arco di Trionfo a Parigi. Ci sono i panni stesi ad asciugare in una casa del Portogallo, mentre una anziana donna, vestita di scuro, guarda impenetrabile i tuoi occhi.

Ma il viaggio che amo particolarmente, che mi porto addosso come una seconda pelle, è il viaggio emotivo. Non richiede spazi o luoghi doversi dalle stanze di casa. Ci entra dentro di tutto. Dalla fantasia, al tentare di trasporre sulla carta i pensieri. C’è una sensazione che mi coglie impreparato. Può essere un suono, un’immagine, un discorso, un viso, una lettura  oh sì, gli amici libri influiscono molto in questo processo -, e subito scatta il pensiero. É una sensazione che scava, si muove dentro e ferisce. Graffia il mio immaginario. E allora ecco, con il pensiero viaggio, vagabondo, costruisco, demolisco, per poi ricostruire, abbellisco, dipingo diversamente un istante grigio, cambio panorama, mi sposto di latitudine e longitudine. È un viaggio incredibile che posso far correre a perdifiato, oppure sui ferrei binari della logica e della razionalità. Suppongo perfino che la creatività per risolvere i problemi, avvenga in un istante di baco in questo software genetico che condivide con me le mie giornate. E tutto ciò avviene stando comodamente seduto sul divano di casa.

 

 

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