Yesterday and today – Versione Italiana

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Yesterday and today, (Ieri e

Oggi) Parte prima, Versione Italiana

Scritto da © Carlo Gabbi – Dom, 10/01/2016 – 05:07

YESTERDAY AND TODAY

 

Parte Uno

 

Quello fu il giorno della sua sepoltura e il rito funebre venne celebrato nel cimitero di Newcastle. I ben pochi partecipanti avevano voluto un semplice servizio funebre. Tra i pochi, vi era unicamente una donna, la quale, vestita in nero, teneva tra le mani alcune rose, che alla fine del servizio depose con compassione sopra il sarcofago. Lacrime scendevano silenziosamente dai suoi occhi, arrossati dal lungo pianto per la perdita di colui, che nel passato fu parte della sua vita. Si erano conosciuti oltre cinquant’anni prima, in quel villaggio alpino in cui lei era nata, ma la loro unione fu piuttosto breve. A dividerli furono gli eventi tumultuosi degli ultimi giorni di guerra, che li separò inesorabilmente.

Passarono diversi decenni, prima che il destino li riunisse nuovamente. Durante quel lungo tempo di separazione, le traversie della vita li avevano cambiati da come erano nei loro anni giovanili e purtroppo mai più fu possibile proseguire quella vita assieme desiderata al tempo che bruscamente fu interrotta. Inesorabilmente erano trascorsi gli anni migliori per un’unione felice.

Lui, sin dal giorno in cui la guerra era finita, si sentiva ossessionato dal passato, che cercò tenacemente di nascondere alla cerchia delle sue conoscenze, nel terrore di essere riconosciuto come il Comandante Tedesco che era allora.

In questa nuova terra adottiva, visse una vita eremita, priva di amici che lo capissero, ma Il suo sfuggire da un luogo all’altro fu invano, purtroppo il suo passato riaffacciava continuamente in fronte a lui.

Quei giorni lontani di guerra erano un ricordo vivo. Così pure era vivida la presenza dello spettro del ben conosciuto Comandante Tedesco, responsabile di quella vasta valle alpina, che fu costretto a agire indiscriminatamente in atti di guerra che causarono la morte tra la popolazione. La popolazione locale lo incolpava per la morte di molti, in particolare l’esecuzione di un gruppo di donne, un atto inumano, che venne causato dalla disperazione dei tempi. Era possibile incolpare unicamente l’esasperazione del momento a causare quei fatti bellici? Quanto mai nel passato egli si ritenne responsabile per tali crimini?

Ora con il sopraggiungere della sua morte era impune alla giustizia umana, e nel passato unicamente la donna presente al suo funerale era a conoscenza della sua vera identità. Lei alla fine ebbe compassione e l’aveva assolto dalle possibili colpe, sebbene permeasse sempre l’ombra del dubbio. Dubbio se mai fosse possibile che i cinquant’anni di segregazione volontaria dal resto dell’umanità, fossero sufficienti per assolverlo da tali colpe, e sufficiente a ripagare la giustizia umana, per quei fatti avvenuti durante una guerra lontana, che fu certamente atroce e ignobile. Fu egli una vittima del destino oppure colpevole di tali reati?

 

~*~

 

Durante la Seconda Guerra Mondiale la Libia fu teatro d’intense ostilità che vide combattimenti senza pari, sebbene per lungo tempo su quel terreno desertico, non si videro tra i contendenti, vinti o vincitori. Gli atti di eroismo facevano parte dell’ordine del giorno, così pure lo erano le voci allarmanti di tradimenti che incolpando in profusione i comandi italiani.

Molti dei combattenti italiani mai compresero pienamente la ragione del perché l’Italia fosse entrata in guerra. Così pure la maggioranza del popolo italiano mai volle quella guerra. Quella fu ordita da Mussolini e il suo regime che la impose alla nazione, nella vanagloria di formare un impero. Nel circolo militare era risaputo che l’esercito era privo di un razionale addestramento militare, aveva armamenti inadeguati per i tempi moderni e così pure i servizi non fossero all’altezza dei tempi. Nonostante tutto questo i fascisti gettarono la nazione in quella lotta, che doveva essere incoronata da vittorie immediate. Purtroppo mai lo fu sopra tutti i fronti.

Sul fronte Africano, sin dall’inizio delle ostilità, si videro le navi italiane, trasportanti il necessario vettovagliamento per la campagna militare, essere facile preda e affondate dalle forze navali Britanniche, qualora si azzardassero a attraversare quel breve tratto di mare che separava il territorio nazionale dal fronte Libico.

Le acque marine in quel luogo, erano perennemente rigurgitante di relitti dei mercantili squarciati e del loro cargo, che mollemente sciacquavano sopra le acque, e venivano sospinti dalle correnti marine, verso la costa Africana del vicino porto di Tobruk.

La visione di quei rottami galleggianti nelle acque della calma baia, era sinistra e certamente contribuiva a demoralizzare ancor più le truppe italiane acquartierate nella roccaforte. Si respirava l’aria di sconforto alla vista dei miseri resti umani che sciacquavano tra i rottami dei convogli. Tutto ciò era palese verità dell’inferiorità italiana verso il nemico. A rincalcare ancor più la sfiducia dei combattenti, contribuiva pure il continuo rumoreggiare di voci che confabulavano del come, il comando italiano passasse informazioni militari al nemico. Preso di mira era pure Italo Balbo, il comandante fascista di quel distretto, che al dire di molti, fosse il malefico informatore delle forze alleate. Il caso pose fine a quel rumoreggiare. In un fatidico giorno di giugno del 1940. Mentre Balbo, svolazzava al disopra di Tobruk, come era suo consueto, ignorò di rispondere alla richiesta da parte dall’artiglieria antiaerea italiana, di riconoscimento del suo aereo, e fu abbattuto.

La morte di Balbo, in quel giorno, vide molti combattenti di Tobruck, giubilanti, pieni di speranza per un migliore futuro nell’andamento della guerra Libica.

In particolare quello fu un giorno di festeggiamenti per Angelo Pirona, un sergente, veterano delle passate campagne libiche, attualmente richiamato in servizio presso il Genio Militare.

In quella mattinata Angelo, era assegnato a ripulire le acque della baia di Tobruk, e durante quel servizio, Angelo ricuperò tra i rottami galleggianti, due barili di cognac che erano pigramente sospinti dalla marea verso il porto.

Li tenne e li portò con sé in caserma, e al conoscere della malasorte di Balbo, assieme a vecchi commilitoni brindò alla sua scomparsa. Angelo fu ubriaco per la prossima settimana in omaggio della fine di un traditore.

 

 

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